Il Verdicchio, un migrante dal nord

verdicchio

È una storia controversa, quella del Verdicchio, vitigno autoctono marchigiano. Ad onor del vero, tuttavia, quest’uva non ha sempre fatto parte del patrimonio ampelografico della Regione Marche.

germoglio
Ripercorriamo insieme la sua storia.

Per farlo, dobbiamo tornare indietro sino al XV secolo.

Precisamente sino al 1469.

La Marca di Ancona (così denominata dall’Alto Medioevo, come prodotto dell’accorpamento di diversi territori già inseriti nella Pentapoli bizantina) fu colpita da una gravissima pestilenza.

Il morbo causò il decesso di così tante persone da comportare lo spopolamento delle campagne.

Un colpo pesante per l’economia locale.

Per cercare di contrastare questa preoccupante situazione, iniziò un flusso migratorio dal nord.

Braccianti e lavoratori agricoli lasciarono le loro case in Veneto, Emilia Romagna e Lombardia, per ripopolare queste terre.

I migranti portarono con loro quanto potesse essergli necessario per ricostituire la propria vita in questo nuovo contesto, come piante e animali.

vendemmia
Fra quelle piante c’era anche lui, il Verdicchio.

Fu chiamato così localmente per la caratteristica dei suoi acini che, anche a maturazione, tendono sempre al colore verde.

Eppure, non era quello il suo nome iniziale…

Quelle barbatelle provenienti da nord si chiamavano infatti Trebbiano di Lugana (o Turbiana) e Trebbiano di Soave.

Ebbene sì, stiamo parlando sempre dello stesso vitigno.

Già negli anni Novanta del Novecento, si ravvisarono le prime dimostrazioni dell’identità fra queste varietà.

Con gli studi di Attilio Scienza, nei primi duemila, e grazie all’analisi SSR (Simple Sequence Repeat) è stato possibile evidenziare che non esiste alcuna sostanziale distinzione fra Verdicchio, Turbiana e Trebbiano di Soave.

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Una bottiglia iconica

Dopo le difficoltà affrontate a causa dell’avvento della fillossera, molti contadini avevano preferito abbandonare la coltivazione della vite per sostituirla con colture più redditizie.

Verso la metà del Novecento, assistiamo a una vera e propria operazione di marketing con il chiaro scopo di riportare in auge il Verdicchio e lanciarlo sui mercati internazionali.

Il merito va a Francesco Angelini, cofondatore della storica azienda Fazi Battaglia.

Nel 1953 indisse un concorso: inventare una bottiglia speciale soltanto per il Verdicchio.

Il prodotto di questo contest è il famoso Titulus, realizzato dall’architetto Antonio Maiocchi.

Le sue forme ricordano quelle delle anfore etrusche e anche il font ricalcava i caratteri della scrittura etrusca.

Possiamo, a ragione, confermare che quest’operazione riuscì egregiamente: il Verdicchio divenne ben presto il traino dell’enologia della regione Marche.

Tra gli anni Sessanta e Settanta, peraltro, erano due i simboli della produzione enoica italiana: il fiasco impagliato del Chianti e il Titulus del Verdicchio.

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Un assaggio di Verdicchio

Uva molto duttile, il Verdicchio, al netto dei cloni e delle zone di coltivazione, è sempre supportato da una buona spalla acida, unita a una consistente alcolicità.

Due elementi fondamentali per rendere il vino ottenuto da queste uve, un prodotto adatto all’invecchiamento.

Nel calice, questa acidità è meno spinta nel Verdicchio dei Castelli di Jesi, in cui troveremo profili maggiormente fruttati e più “morbidi”.

Al contrario, la zona di Matelica, influenzata dal clima appenninico e quindi da temperature più rigide, regala dei Verdicchio in cui le componenti dure, come l’acidità, sono maggiormente evidenti, così come sentori vegetali.

Lo spettro olfattivo va dunque da fieno, erba tagliata e fiori (tiglio, acacia) a note agrumate di pompelmo, lime unitamente a sentori fruttati di mela, melone, ananas, mango e passion fruit.

Laddove si impiegano passaggi in legno, il Verdicchio si arricchisce di tostature sebbene non si presenti mai come un vino eccessivamente corposo, nonostante il tenore alcolico che si aggira sui 13,5%.

Accanto ai vini fermi, troviamo una lunga tradizione di passiti ma anche di spumanti che, con le sperimentazioni di Ubaldo Rosi negli anni Quaranta dell’Ottocento, sarebbero potuti diventare il primo Metodo Classico d’Italia vincendo sul tempo persino Gancia.

Insomma, di Verdicchio ce ne sono davvero per tutti gusti, perfetti per accompagnarvi dall’antipasto sino al dolce.

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